giovedì 3 giugno 2010

Nascere in Olivetti, morire in Eutelia

La drammatica parabola nel racconto di un lavoratore per ‘Tu Inviato’
Lo slogan è sempre lo stesso, ormai, ripetuto ai giornalisti come un tormentone: “Nascere in Olivetti e morire in Eutelia”. Perché la frase descrive bene, in poche parole, il senso di impotenza di fronte al quale si sono trovati migliaia di lavoratori quando hanno visto i loro sogni professionali infrangersi sul duro marmo della realtà.
Una realtà che non hanno scelto, ma nella quale sono stati catapultati quasi senza accorgersene, quando Eutelia alcuni anni fa acquisì i resti di Olivetti, che intanto erano passati in Getronics, per la folle cifra di 1 euro.
Un euro per portare a casa oltre ai lavoratori diverse decine milioni di euro in Tfr, immobili, progetti e commesse con la pubblica amministrazione di importanza strategica. Eutelia diventò così quella grande azienda italiana in grado di offrire da sola servizi di telefonia e di IT. Ma furono anni duri, con una gestione “padronale” che, se opinabile in una piccola azienda, di fatto risulta impraticabile in una realtà con oltre 2000 dipendenti. La presenza dei sindacati, fino a quel momento assente in Eutelia, ma ben radicata in chi aveva vissuto la realtà Olivetti, non fu mai digerita. E si cercò di aggirarla con un dialogo diretto, che avrebbe dovuto creare un legame tra padrone e sottoposti, e che portò invece alla frattura interna tra chi credeva per fede e chi dubitava per istinto di sopravvivenza e, forse, per esperienza di vita.
Decine di disposizioni aziendali da leggere ogni giorno, che limitavano sempre di più la libertà dei lavoratori, che aumentavano il malumore con forti ripercussioni sulla produttività. Se per chi sbagliava c’erano quelli che venivano definiti i “campi di rieducazione di Arezzo”, per tutti restavano quelle regole che impedivano anche di prendere una bottiglietta d’acqua dal distributore se non erano trascorse due ore dall’ultima timbratura. Un clima di terrore, con la paura di ricevere una lettera di licenziamento senza neppure comprenderne il motivo.
L’azienda ormai vedeva i dipendenti come un peso di cui liberarsi al più presto, in un modo o nell’altro. E il 15 giugno del 2009 arrivò per i “padroni” la soluzione: 2000 lavoratori dell’IT furono ceduti ad Agile, piccolo contenitore di proprietà Eutelia. E lo stesso giorno, Agile fu venduta al gruppo Omega. Perplessità. Un perverso gioco di scatole cinesi, dove ci si rimpallava le responsabilità, dove l’inutile attesa di un piano industriale di rilancio trasformò presto i dubbi in certezze.
Eutelia aveva ceduto tutte le risorse umane ad Agile, tenendo per sé gli immobili e alcune commesse “fruttuose”. Agile era diventata proprietà di Omega. Omega era controllata da tale Libeccio, con una improbabile sede presso l’Aeroporto di Cagliari area partenze, secondo quanto riportarono molti giornali all’epoca. E Libeccio era a sua volta controllata da due holding inglesi, società anonime con un presente alquanto oscuro. Questa è solo una sintesi, ma è ugualmente difficile capirci qualcosa.
Ad agosto non furono pagati gli stipendi, e neppure a settembre e a ottobre. La rabbia cresceva, qualcuno continuava ad avere fede, altri guardavano solo le ragnatele che si impadronivano del portafogli.
L’autunno era arrivato, avanzava con le foglie morte, e con le certezze sempre più solide di una vita professionale ormai agonizzante. Era il mese di ottobre, e alla sede di Napoli fu staccata la corrente per morosità. 120 lavoratori costretti a trascorrere la giornata dinanzi a un computer spento, con le ombre dell’inverno prossimo sempre più lunghe e le giornate più corte e meno calde.
A novembre varie sedi aziendali furono occupate: senza soldi, con i progetti che morivano per inedia perché i giochi aziendali apparivano ormai chiari. Ma la stampa ancora non parlava diffusamente di noi, di 2000 lavoratori Agile ex Eutelia che non percepivano lo stipendio, che salivano sui tetti, che urlavano a chi non voleva sentire.
Nella notte tra il 9 e il 10 novembre, alle 5 e 20 del mattino nella sede occupata di Roma ci fu un’irruzione: sembravano poliziotti, avevano con sé piedi di porco e manganelli come è evidente dal filmato che un giornalista presente riuscì a riprendere, urlavano perché si andasse via. Un commando guidato nientemeno che dall’ex amministratore delegato di Eutelia. Con l’arrivo della polizia, quella vera, che verbalizzò i presenti e sequestrò piedi di porco e manganelli, chi aveva fatto irruzione fu portato via, mentre gli occupanti continuarono ad occupare. Fu il giorno del riscatto, perché finalmente il dramma venne alla luce: radio, giornali, Tv finalmente parlavano dell’azienda, e Agile ex Eutelia sarebbe diventata in qualche modo uno dei simboli della crisi.
A dicembre i dipendenti di Napoli trovarono i cancelli della propria sede sbarrati. Nessun avviso,
nessuna disposizione dall’alto: i lavoratori rimasero abbandonati a se stessi, senza sapere dove andare al mattino, dove trascorrere la loro giornata lavorativa, come timbrare la presenza. Telefonate, email, ma nessuno era in grado di fornire risposte.
Al freddo di quegli open-space per mesi rimasti senza corrente, seguì il gelo e la pioggia di un open-air, perché i lavoratori allo sbando decisero di installare sotto due gazebo dinanzi al vecchio ufficio la nuova sede di lavoro. Una situazione delirante, a cui la stampa non diede il peso che meritava, nonostante le urla.
Intanto, il tribunale fallimentare di Roma aveva deciso, era il 23 dicembre, per il sequestro di Agile. Tre custodi avrebbero analizzato la situazione e riportato al giudice; e in corso d’opera riuscirono per lo meno a pagare gli stipendi arretrati di agosto, settembre e ottobre.
Lunghe attese, manifestazioni, momenti di grande tensione, con le sedi ancora occupate e Napoli sempre serrata.
Ad aprile il tribunale fallimentare, dopo ripetuti rinvii, dichiarò l’insolvenza di Agile, nominando tre commissari che avrebbero dovuto analizzare di nuovo la situazione e tentare, se possibile, un rilancio dell’azienda, in attesa di eventuali acquirenti. Le sedi furono liberate, perché il primo obiettivo era stato raggiunto.
A maggio il tribunale di Milano dichiarò il fallimento di Libeccio perché insolvente, mentre  la Direzione Regionale delle Entrate della Toscana notificava a Eutelia il provvedimento di sequestro conservativo di azienda: i nodi cominciavano a venire tutti al pettine.
I lavoratori continuavano ad aspettare gli stipendi da novembre in poi; arrivò la cassa integrazione guadagni straordinaria, ma non era quello per cui avevano lottato.
Luigi Civita