mercoledì 2 giugno 2010

Intercettazioni, restano i 75 giorni


Tutto accade a senato chiuso. Un emendamento clandestino al ddl intercettazioni viene depositato dal governo in vista dell'Aula di martedì e si aggiunge ai 9 appena riapprovati dalla commissione Giustizia. Il "clandestino" allarga a dismisura - ai fini delle intercettazioni - il segreto di stato, che la presidenza del Consiglio potrà opporre su tutte le comunicazioni degli 007; e per chi riveli i contenuti captati, la pena sarà aumentata di un terzo (8 anni di carcere).
La nuova norma arriva da Palazzo Chigi. Il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo cade dalle nuvole, ma dalla Presidenza fanno sapere che è il frutto di «un'amplissima concertazione istituzionale».
Il blitz sul segreto di Stato è solo l'ultimo di una serie di colpi di scena che hanno animato la giornata. Il primo arriva dai finiani che, al termine di una lunga riunione alla camera con Gianfranco Fini, di fatto smontano il ddl intercettazioni perché, così com'è, è uno schiaffo alla «legalità». Decisi a riappropriarsi del proprio ruolo di interlocutori attivi, Giulia Bongiorno, Fabio Granata, Italo Bocchino, Flavia Perina e Andrea Augello, snocciolano una serie di buchi neri del provvedimento: la durata massima di 75 giorni per intercettare; la stretta sugli ascolti per i cosiddetti «reati spia» di quelli mafiosi; il giro di vite sulle cimici; la norma transitoria, destinata a creare «una bolgia» nei procedimenti in corso con più imputati, che sembra scritta apposta per far cadere la «mannaia» su alcune inchieste scottanti.
Una di queste - anche se nessuno lo dice apertamente - potrebbe essere quella di Firenze sui «Grandi eventi», nella quale i pm hanno raccolto - e segretato - sette faldoni di carte, registrazioni, brogliacci telefonici non ancora messi a disposizione degli indagati, molti dei quali riguardano l'ex presidente del Consiglio dei Lavori pubblici Angelo Balducci e i suoi numerosi interlocutori politici e istituzionali.
Fini e i finiani non si riconoscono nel testo del senato che «ha fatto saltare qualunque compromesso». «Occorre un netto miglioramento», dice la Bongiorno. «Il Pdl non sia autolesionista - aggiunge Granata -. Come fa di fronte all'opinione pubblica a estromettere le intercettazioni legate a reati come il racket, l'usura e l'estorsione?». Più diplomatico Bocchino: «Vogliamo offrire una riflessione per evitare problemi successivamente».
Il veto dei finiani piomba a palazzo Madama mentre il ministro della Giustizia Angelino Alfano presiede un vertice di maggioranza. La commissione Giustizia ha appena terminato i lavori respingendo uno ad uno i subemendamenti dell'opposizione e riconfermando i propri: 9 su 11 vengono presentati in aula, due accantonati, quello sulla norma transitoria che consente di applicare ai procedimenti in corso svariate norme e fa sopravvivere gli ascolti già autorizzati soltanto per 75 giorni, nonché quello che elimina l'arresto nei casi di pedofilia ritenuti «meno gravi» (di cui chiede il ritiro anche il Coordinamento Internazionale delle associazioni per la tutela dei diritti dei minori). Se ne riparlerà martedì mattina, prima dell'Aula.
Ma nel vertice seguito alla commissione, se su quest'ultima modifica è emersa qualche resipiscenza, sulla norma transitoria si è registrata la chiusura pressoché unanime. Contrarissimo Maurizio Gasparri («Nesuna modifica. Semmai si riuniranno gli organi di partito competenti»); possibilista Caliendo («Non è detto che si cambi»); riflessivo Filippo Berselli, presidente della commissione («Ci dobbiamo pensare, ma non si torna al testo della camera»). Chiusura unanime, invece, sulla durata massima di 75 giorni.
L'opposizione protesta: «Il lavoro in commissione è finto e il Pd non può accettarlo», sbotta Anna Finocchiaro, polemizzando con i senatori del Pdl che «attendono indicazioni, invece di assumersi le loro responsabilità». «Ci hanno dato un contentino riportando il ddl in commissione, ma prendono tempo per risolvere le loro beghe interne», dice Giampiero D'Alia (Udc). Antonio Di Pietro: «Il ddl è inemendabile e improponibile».
Intanto, mentre il senato si svuota, la manina della presidenza del Consiglio deposita in aula l'emendamento sul segreto di stato che, sostiene Felice Casson (Pd), «è di fatto un'immunità, persino più ampia di quella dei parlamentari, per tutti gli agenti dei servizi». In base alla modifica, per intercettare uno 007 non solo occorrerà che, entro 5 giorni dall'inizio degli ascolti, i nastri siano trasmessi alla Presidenza del Consiglio perché verifichi se le informazioni raccolte sono coperte da segreto di stato; ma quest'ultimo - e qui sta la novità - potrà essere fatto valere (bloccando l'indagine) «in riferimento alle comunicazioni di servizio degli appartenenti al Dipartimento delle informazioni per la sicurezza o ai servizi di informazione per la sicurezza, nonché a qualsiasi altra comunicazione che contenga notizie relative all'assetto e all'attività funzionale del Dipartimento e dei servizi ovvero che a tali attività siano direttamente riconducibili». Casson non ha dubbi: «Con questa norma non si sarebbe saputo nulla del sequestro Abu Omar e nulla si rischia di sapere su chi c'è dietro le stragi di mafia».

LE NORME CONTESTATE
La norma transitoria
La legge non si applica ai procedimenti pendenti eccetto quelli in cui le intercettazioni sono state già autorizzate. In tal caso gli ascolti non possono proseguire per più di 75 giorni
I dubbi di Fini
«Mi inquieta un po' il limite di tempo. Io non so se i 75 giorni sono un numero giusto o sbagliato: ma se si capisce che il giorno successivo al 75esimo accade qualcosa non si può continuare?»
Il no del Pdl
Dopo un vertice al Senato il Pdl dice no a Fini: la durata massima degli ascolti non si cambia