giovedì 17 giugno 2010

«Crescita dei tumori a livello di epidemia»

Un'indagine dell'Espresso, commentata dal Corriere della Sera


Sempre di più i veleni che si disperdono nell’aria, nell’acqua e nel terreno: dal traffico all’inquinamento. Le angoscianti statistiche
ROMA – «In Italia la crescita dei casi di tumori è a livelli da epidemia». Così «L’Espresso», in un articolo che sarà pubblicato nel numero in edicola venerdì. Basta guardare i numeri «e confrontare i dati degli anni Ottanta con le analisi più recenti- segnala il settimanale- tra il 15 e il 20% in più i casi di linfomi e leucemie; i mesoteliomi che esplodono (più 37% nelle donne e più 10 negli uomini); poi la mammella (più 27), il cervello (tra l’8 e il 10), il fegato (tra il 14 e il 20)». Se si guarda ai bambini, «la statistica diventa angosciante - aggiunge l’Espresso - il confronto tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta mostra risultati spietati».
Simbolo di 
pericolosità

Usando come campione la Regione Piemonte, «si scopre un’impennata del 72% del neuroblastoma, del 49% nei tumori del sistema nervoso centrale, del 23% per le leucemie». Dove aumentano i casi di cancro? «In tutta Italia- indica l’articolo - con una concentrazione micidiale in 54 aree che comprendono 311 comuni». Queste zone di crisi «disegnano una radiografia della Penisola avvelenata che corre da Pieve Vergonte, un paese all’ombra della fabbrica Enichem nel profondo Nord della provincia di Verbania, alla punta inferiore della Sicilia, con Gela e il suo petrolchimico voluto da Enrico Mattei per regalare un futuro industriale all’isola». Una «via Crucis che segna sempre nuove tappe, perchè traffico automobilistico e impianti di riscaldamento diffondono minacce crescenti nei centri urbani congestionati, perchè proliferano ovunque nuovi strumenti tecnologici di cui si ignorano i danni a lungo termine e perchè la devastazione dei suoli provocata da discariche clandestine immette nella catena alimentare sostanze nocive che finiscono sulla tavola degli italiani».
I VELENI – Addirittura, riferisce ‘l’Espresso’, secondo il ministero dell’Ambiente i veleni che si disperdono nell’aria, nell’acqua e nel terreno «partono da una galassia di 9 mila piccole Seveso, intorno alle quali rischiano la contaminazione dai sei agli otto milioni di abitanti». Ma l’onda lunga di questa contaminazione, «attraverso l’inquinamento delle falde che portano l’acqua nelle nostre case, della catena alimentare, delle nubi tossiche che si spostano coi venti, riguardano, di fatto, tutti noi». «Chi vive in una città inquinata ha un 25% di rischio in più di avere un tumore al polmone, chi fuma ha un rischio del 900% in più- sintetizza all’Espresso Annibale Biggeri, epidemiologo dell’Università di Firenze- tuttavia, al traffico e all’inquinamento siamo esposti tutti e quindi, benchè il rischio individuale sia basso, l’impatto dell’inquinamento sulla salute pubblica è tutt’altro che irrilevante. E contrariamente al fumo è anche involontario».
Secondo le stime di Paolo Crosignani, epidemiologo dell’Istituto dei tumori di Milano, nel capoluogo lombardo «dei circa 900 tumori al polmone all’anno, più di 200 sono da attribuire alle polveri generate dal traffico e dai riscaldamenti- riferisce l’Espresso- ma il rapporto più allarmante è stato presentato l’anno scorso dall’Ufficio ambientale dell’Organizzazione mondiale della sanità di Roma, che nelle 13 città più grandi d’Italia ha stimato 8 mila morti all’anno per gli effetti cronici dell’inquinamento atmosferico, di cui una parte non irrilevante viene giocata dai tumori ai polmoni (750 casi all’anno) e alle vie respiratorie, leucemie da benzene e linfomi».
ONDE ELETTROMAGNETICHE – Ce n’è anche per le onde elettromagnetiche. «L’aumento delle leucemie infantili potrebbe essere collegato all’esposizione cronica ai campi elettromagnetici, sia a quelli ad alta frequenza dei ripetitori radiofonici e televisivi, sia a quelli a 50 Hertz delle linee elettriche- scrive l’Espresso- il condizionale, in questo caso, è d’obbligo». Per verificare questa ipotesi Pietro Comba, direttore del reparto di Epidemiologia ambientale dell’Istituto superiore di sanità, «sta conducendo uno studio su 354 abitanti di Longarina (Ostia Antica) le cui case distano meno di cento metri da un elettrodotto- riferisce il settimanale- una prima parte dell’analisi ha riscontrato un piccolo aumento di tumori, sia leucemie, al pancreas e allo stomaco, nella popolazione più vicina alla linea elettrica». Fra qualche mese saranno disponibili anche i dati sugli altri disturbi. E passando ai campi ad alta frequenza, «qualche sospetto aleggia anche sull’uso intensivo dei telefonini, sospettati dei tumori al cervello, al nervo acustico e alle ghiandole salivari, e sui quali è in corso lo studio Interphone, coordinato dall’Agenzia del cancro di Lione e di cui si aspettano i risultati per la fine dell’anno».
AREE A RISCHIO – Aree siderurgiche e chimiche, porti e raffinerie: qui si concentrano gli eccessi di mortalità per malattie respiratorie, per tumori alla laringe e ai polmoni, al fegato, alla vescica, leucemia e linfomi, riferisce l’articolo. «Lo raccontano gli studi sempre più numerosi sulle acciaierie di Genova, Piombino e Taranto, sui petrolchimici siciliani di Gela, Priolo e Augusta- elenca il settimanale- così come sulle raffinerie di Sarroch, Porto Torres e Portoscuso in Sardegna». La mappa d’Italia »si riempie di zone rosse- si legge nell’articolo- alcune retaggio di scelte industriali che appartengono al passato, altre invece ancora attive». Quante? «Le aree critiche destinate alle bonifica, sono 54 a livello nazionale, per un totale di 311 comuni- elenca Comba all’Espresso- a queste si aggiungono migliaia di altri siti che compongono una fitta geografia del rischio, fatta soprattutto da impianti chimici, siderurgici, discariche e siti di produzione dell’amianto». La faccenda «è terribilmente complicata- riconosce l’Espresso- anche dal fatto che, in genere, il tumore colpisce decenni dopo l’esposizione pericolosa, e questo non facilita il lavoro». Il caso esemplare è l’amianto, «che può provocare il mesotelioma quarant’anni dopo- spiega Benedetto Terracini, decano degli epidemiologi ambientali e direttore di Epidemiologia & Prevenzione- l’Italia, pur avendo bandito nel 1992 questa fibra, continua ad avere un migliaio di morti l’anno». Secondo il Registro nazionale mesoteliomi, i morti dovrebbero cominciare a calare fra cinque-dieci anni, ma dal 1970 a oggi l’amianto ha falciato almeno 30 mila vite, conclude l’Espresso.

Note: Da L’Espresso (versione integrale), 24 maggio 2007
Sos cancro
di Luca Carra e Daniela Minerva
Leucemie. Tumore al polmone, seno, colon, fegato… I malati in Italia sono aumentati in 20 anni del 10, 20, 40 per cento. Ecco tutte le cifre. La mappa delle zone più esposte e le cause.
C’è la percezione comune, quella che li registra in crescita costante senza riuscire a dare una spiegazione. E ci sono gli specialisti, quelli che cercano di evitare il panico e offrono lunghe dissertazioni tecnico-statistiche per definire quello che sta accadendo. Ma i dati raccolti da ‘L’espresso’ non lasciano dubbi sulla realtà: in Italia la crescita dei casi di tumori è a livelli da epidemia.
Basta guardare i numeri e confrontare i dati degli anni Ottanta con le analisi più recenti. Tra il 15 e il 20 per cento in più i casi di linfomi e leucemie; i mesoteliomi che esplodono (più 37 per cento nelle donne e più 10 negli uomini); poi la mammella (più 27), il cervello (tra l’8 e il 10), il fegato (tra il 14 e il 20).
Se si guarda ai bambini, la statistica diventa angosciante: il confronto tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta mostra risultati spietati. Usando come campione la Regione Piemonte, si scopre un’impennata del 72 per cento del neuroblastoma, del 49 per cento nei tumori del sistema nervoso centrale, del 23 per cento per le leucemie. Una contabilità terribile, resa meno drammatica solo dai migliori risultati nelle guarigioni, grazie alla diagnostica precoce e alle terapie. Questi i numeri, presentati nel grafico alle pagine 32 e 33. Ma se si analizza l’avanzata del male con i meccanismi d’inchiesta bisogna porsi altre due domande, dove e perché, che aprono scenari ancora più inquietanti. Dove aumentano i casi di cancro? In tutta Italia, con una concentrazione micidiale in 54 aree che comprendono 311 comuni. Nella mappa tracciata da ‘L’espresso’ queste zone di crisi disegnano una radiografia della Penisola avvelenata che corre da Pieve Vergonte, un paese all’ombra della fabbrica Enichem nel profondo Nord della provincia di Verbania, alla punta inferiore della Sicilia, con Gela e il suo petrolchimico voluto da Enrico Mattei per regalare un futuro industriale all’isola.
C’è la percezione comune, quella che li registra in crescita costante senza riuscire a dare una spiegazione. E ci sono gli specialisti, quelli che cercano di evitare il panico e offrono lunghe dissertazioni tecnico-statistiche per definire quello che sta accadendo. Ma i dati raccolti da ‘L’espresso’ non lasciano dubbi sulla realtà: in Italia la crescita dei casi di tumori è a livelli da epidemia.
Basta guardare i numeri e confrontare i dati degli anni Ottanta con le analisi più recenti. Tra il 15 e il 20 per cento in più i casi di linfomi e leucemie; i mesoteliomi che esplodono (più 37 per cento nelle donne e più 10 negli uomini); poi la mammella (più 27), il cervello (tra l’8 e il 10), il fegato (tra il 14 e il 20).
Se si guarda ai bambini, la statistica diventa angosciante: il confronto tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta mostra risultati spietati. Usando come campione la Regione Piemonte, si scopre un’impennata del 72 per cento del neuroblastoma, del 49 per cento nei tumori del sistema nervoso centrale, del 23 per cento per le leucemie. Una contabilità terribile, resa meno drammatica solo dai migliori risultati nelle guarigioni, grazie alla diagnostica precoce e alle terapie. Questi i numeri, presentati nel grafico alle pagine 32 e 33. Ma se si analizza l’avanzata del male con i meccanismi d’inchiesta bisogna porsi altre due domande, dove e perché, che aprono scenari ancora più inquietanti. Dove aumentano i casi di cancro? In tutta Italia, con una concentrazione micidiale in 54 aree che comprendono 311 comuni. Nella mappa tracciata da ‘L’espresso’ queste zone di crisi disegnano una radiografia della Penisola avvelenata che corre da Pieve Vergonte, un paese all’ombra della fabbrica Enichem nel profondo Nord della provincia di Verbania, alla punta inferiore della Sicilia, con Gela e il suo petrolchimico voluto da Enrico Mattei per regalare un futuro industriale all’isola.
Secondo le stime di Paolo Crosignani, epidemiologo dell’Istituto dei tumori di Milano, nel capoluogo lombardo dei circa 900 tumori al polmone all’anno, più di 200 sono da attribuire alle polveri generate dal traffico e dai riscaldamenti. Ma il rapporto più allarmante è stato presentato l’anno scorso dall’Ufficio ambientale dell’Organizzazione mondiale della sanità di Roma, che nelle 13 città più grandi d’Italia ha stimato 8 mila morti all’anno per gli effetti cronici dell’inquinamento atmosferico, di cui una parte non irrilevante viene giocata dai tumori ai polmoni (750 casi all’anno) e alle vie respiratorie, leucemie da benzene e linfomi. E per difendersi da cancerogeni come il benzene e al formaldeide non vale la regola di chiudersi in casa, anzi. Da uno studio condotto da Salvatore Tirendi del Joint Research Commission di Ispra, emerge infatti che le concentrazioni di questi veleni aumentano dentro agli edifici. In particolare la formaldeide ha concentrazioni indoor sette, otto volte superiori, essendo presente nei truciolari dei mobili, nella carta e in molti oggetti domestici.
Per questo, sigarette e diete eccessivamente carnivore non bastano a spiegare l’epidemia.”I nuovi casi aumentano costantemente da cinquant’anni”, spiega Renzo Tomatis, che ha diretto l’Agenzia del cancro di Lione (Iarc) dal 1982 al 1993, e che ora presiede l’Associazione internazionale medici per l’ambiente (Isde): “Quelli dei bambini soprattutto, crescono di più dell’1 per cento all’anno. I tumori con una forte componente ambientale superano il 50 per cento del totale”. A Tomatis si deve il vasto programma di ricerca dello Iarc, che ha passato in rassegna centinaia di sostanze, eleggendone circa 400 al ruolo più o meno certo di cancerogeno ambientale. Così abbiamo scoperto il collegamento tra pesticidi, che entrano nella catena alimentare di tutti, e tumori della mammella, del sistema nervoso centrale, del pancreas, di linfomi, sarcomi e leucemie. “Quattrocento sostanze note sono un’inezia, se pensiamo che le sostanze chimiche oggi in circolazione sono circa 60-70 mila, di cui sappiamo ben poco”, continua Tomatis.
E non c’è solo l’inquinamento chimico: Sappiamo che le radiazioni sono collegate pressoché a tutti i cancri: dalla mammella allo stomaco, al colon, ai linfomi e leucemie. Non solo: l’aumento delle leucemie infantili potrebbe essere collegato all’esposizione cronica ai campi elettromagnetici, sia a quelli ad alta frequenza dei ripetitori radiofonici e televisivi, sia a quelli a 50 Hertz delle linee elettriche. Il condizionale, in questo caso, è d’obbligo. Quindici anni di studi hanno visto un’altalena di risultati positivi e negativi che hanno portato alla disperazione anche i ricercatori più combattivi. Tuttavia, almeno per quanto riguarda i campi magnetici a bassa frequenza qualche certezza c’è: uno studio che ha messo insieme tutte le ricerche suggerisce un collegamento tra i campi e la leucemia, infantile e non, le malattie neurodegenerative e riproduttive, e l’alterazione di parametri immunitari e cardiaci. Per verificare questa ipotesi Pietro Comba, direttore del Reparto di epidemiologia ambientale dell’Istituto superiore di sanità, sta conducendo uno studio su 354 abitanti di Longarina (Ostia Antica) le cui case distano meno di cento metri da un elettrodotto. Una prima parte dell’analisi ha riscontrato un piccolo aumento di tumori, sia leucemie, al pancreas e allo stomaco, nella popolazione più vicina alla linea elettrica. Fra qualche mese saranno disponibili anche i dati sugli altri disturbi.
E passando ai campi ad alta frequenza, qualche sospetto aleggia anche sull’uso intensivo dei telefonini, sospettati dei tumori al cervello, al nervo acustico e alle ghiandole salivari, e sui quali è in corso lo studio Interphone, coordinato dall’Agenzia del cancro di Lione e di cui si aspettano i risultati per la fine dell’anno.
Lo abbiamo detto: districarsi tra le mille cause di ogni singolo tumore è una faccenda a oggi irrisolta. E per anni l’inquinamento è rimasto in secondo piano, per ragioni anche schiettamente scientifiche: “Associare un certo tipo di inquinamento a un tumore è difficilissimo, perché in genere gli inquinanti sono diluiti e poco misurabili”, spiega Stefano Rosso, del Centro di prevenzione oncologica di Torino: “Ecco perché i dati più solidi provengono dalle esposizioni professionali, come nel caso del petrolchimico di Porto Marghera, dove non solo la scienza, ma anche il tribunale ha riconosciuto un legame fra il cloruro di vinile monomero prodotto nell’impianto e gli angiosarcomi del fegato”. Di fatto, gli studi eseguiti su località simbolo, come Marghera o la stessa Seveso, sono la trincea dove, grazie alla concentrazione di inquinanti e a popolazioni ristrette, si riesce a identificare almeno un fattore di rischio e a provarne la cancerogenità. Questi siti bomba, come le discariche della Campania ad esempio, sono vere e propri laboratori di tossicologia e quanto si scopre lì può poi servire a capire qualcosa di più su scala nazionale.
Perché ci possono essere mille motivi per cui a Mauro Mocci, medico di famiglia cinquantunenne di Civitavecchia, è venuto un cancro alla laringe. Certo non per il fumo, perché il dottore non ha mai messo in bocca una sigaretta. Chissà, forse la lotteria di qualche mutazione genetica ha facilitato quel tumore in gola. O magari c’entra il fatto di vivere a Civitavecchia, fra il porto, il cementificio e le centrali dell’Enel, che con 7 mila megawatt di produzione termoelettrica hanno rappresentato per molto tempo il polo energetico più grande d’Europa. Con 52 mila tonnellate di ossidi di zolfo e quasi 3 mila tonnellate di polveri pompate fuori dagli altissimi camini, fino a Roma.
Sta di fatto che il dottor Mocci, ancora prima del suo tumore, qualche sospetto l’ha avuto osservando i crescenti casi di asma nei bambini e negli adulti. Sospetti confermati dai recenti studi epidemiologici del gruppo della Asl Roma-E di Carlo Perucci e Francesco Forastiere, che a Civitavecchia e dintorni ha trovato un eccesso di tumori al polmone e alla pleura. Ma anche asma e insufficienza renale, ricondotta all’inquinamento da arsenico, cromo, cadmio e mercurio di origine industriale.
Aree siderurgiche e chimiche, porti e raffinerie: qui si concentrano gli eccessi di mortalità per malattie respiratorie, per tumori alla laringe e ai polmoni, al fegato, alla vescica, leucemia e linfomi. Lo raccontano gli studi sempre più numerosi sulle acciaierie di Genova, Piombino e Taranto, sui petrolchimici siciliani di Gela, Priolo e Augusta, così come sulle raffinerie di Sarroch, Porto Torres e Portoscuso in Sardegna. Ed ecco che la mappa d’Italia si riempie di zone rosse. Alcune retaggio di scelte industriali che appartengono al passato, altre invece ancora attive. Quante? “Le aree critiche destinate alle bonifica, sono 54 a livello nazionale, per un totale di 311 comuni”, elenca Pietro Comba: “A queste si aggiungono migliaia di altri siti che compongono una fitta geografia del rischio, fatta soprattutto da impianti chimici, siderurgici, discariche e siti di produzione dell’amianto”.
In Campania, fra Napoli e Caserta, dove uno studio dell’Oms, Istituto superiore di sanità e Cnr di Pisa ha riscontrato nelle popolazioni a ridosso delle discariche abusive gestite dalla camorra, eccessi di mortalità per tumori al polmone, fegato e stomaco: il rischio per alcune malformazioni alla nascita superiore dell’80 per cento la media regionale. Fabrizio Bianchi, responsabile del Programma Ambiente del Cnr che ha firmato l’impressionante studio campano, commenta: “I risultati sono sufficienti per intervenire con piani di risanamento”.
La dottoressa Gloria Costani, che ha in cura un numero straordinario di malati di sarcoma dei tessuti molli, i piani di risanamento li ha visti lì nelle terre del petrolchimico che si affaccia sui laghi di Mantova. Le bonifiche risalgono agli anni Novanta, e oggi le cose vanno un po’ meglio: non c’è più il cloro soda come a Marghera, e l’inceneritore butta fuori un po’ meno diossina che in passato. Ciò non toglie che chi abitava nel raggio di due chilometri dal camino della Enichem aveva un rischio di sarcoma 30 volte superiore. Lo studio lo ha firmato il medico del lavoro Paolo Ricci, direttore dell’Osservatorio epidemiologico, che ha appena concluso una nuova ricerca insieme al Registro tumori del Veneto sui sarcomi dei tessuti molli nella provincia di Venezia, dove tra Marghera e dintorni esistono 33 inceneritori tra industriali, ospedalieri e civili. Risultato: il rischio di sarcoma aumenta con il crescere dell’esposizione alla diossina, per arrivare a un massimo di rischio nella tranquilla cittadina di Dolo, sulla riviera del Brenta, perché il regime dei venti fa ricadere al suolo molti inquinanti proprio da quelle parti.
La faccenda è terribilmente complicata: anche dal fatto che, in genere, il tumore colpisce decenni dopo l’esposizione pericolosa, e questo non facilita il lavoro. “Il caso esemplare è l’amianto, che può provocare il mesotelioma quarant’anni dopo”, spiega Benedetto Terracini, decano degli epidemiologi ambientali e direttore di ‘Epidemiologia & Prevenzione’: “L’Italia, pur avendo bandito nel 1992 questa fibra, continua ad avere un migliaio di morti l’anno”. Secondo il Registro nazionale mesoteliomi, i morti dovrebbero cominciare a calare fra cinque-dieci anni, ma dal 1970 a oggi l’amianto ha falciato almeno 30 mila vite.
Che fare? Il ministero della Salute sta pensando a un programma di interventi. Ma la bonifica delle sorgenti di veleni più pericolose sarà costosa: se ne contano 13 mila. E servirebbero 25 miliardi di euro: 500 euro a testa. Una tassa per la speranza.