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mercoledì 9 giugno 2010

Berlusconi fa la lista dei nemici: Rai, magistrati stampa e terremotati

Silvio contro tutti, ripiombato all’improvviso in piena campagna elettorale. Fendenti a destra e a manca. Magistrati, giornalisti, Consulta, Parlamento, opposizione, alleati di partito, Rai «faziosa» da punire con il mancato rinnovo del contratto di servizio. Tra una gaffe - classica quella sulla Marcegaglia - e l’altra, Berlusconi ha colpito di sguincio anche il Quirinale. Perfino i terremotati dell’Aquila hanno trovato posto nello show andato in scena tra Palazzo Grazioli, dove si riuniva l’ufficio di presidenza Pdl, e l’assemblea di Federalberghi dell’Auditorium Parco della musica. In polemica con la procura per le accuse di omicidio colposo relative al sisma del 2009, Berlusconi ha invitato i dirigenti della Protezione civile a non recarsi più a l’Aquila.


Perché, testuale, «appena vanno in Abruzzo gli saltano addosso, si rischia che qualche mente fragile, che ha avuto parenti morti sotto le macerie, possa sparare un colpo in testa». La tranquilla giornata del Cavaliere era iniziata con l’anatema contro le lobby dei magistrati e dei giornalisti che «ostacolano» la legge sulle intercettazioni e «ci criminalizzano perché dicono che vogliamo impedire la libertà di stampa».

La storiella che si ripete è quella del premier senza poteri, in minoranza nel governo e nel partito sulla manovra economica come sulle intercettazioni. A proposito del ddl in discussione al Senato, il capo del governo si è preoccupato ieri di far sapere che avrebbe voluto un testo «più incisivo». Si è perfino «astenuto» Silvio, mentre tutto il vertice Pdl - finiani compresi - votava a favore «del compromesso raggiunto». Che, si duole Berlusconi, «non onora del tutto gli impegni presi con gli elettori». Un premier «democratico» che non riesce a far prevalere il suo punto di vista e non può governare, così il premier. Le sue dichiarazioni preludono a una offensiva a tutto campo sul presidenzialismo per l’ultimo scorcio di legislatura. La posta in gioco è sempre la stessa: la riconferma a Palazzo Chigi o la scalata al Quirinale nel 2013. Ieri, tuttavia, il Capo del governo ha lanciato un avvertimento a Pdl e i finiani.

Niente scherzi sulle intercettazioni, dopo l’ok del Senato il testo va blindato alla Camera. La decisione dell’ufficio di presidenza Pdl «è vincolante» per tutti i parlamentari azzurri. Intorno all’ultima riscrittura del ddl è maturata l’intesa della «non crisi» tra Berlusconi e Fini. Il Presidente della Camera - ottenute modifiche ascrivibili pubblicamente alla sua iniziativa - ha dato ai suoi l’indicazione di fare squadra con la maggioranza del partito e di astenersi da dichiarazioni «destabilizzanti». In cambio ha ottenuto il riconoscimento di fatto «di una componente che viaggia intorno al 20%». E, assieme, un varco per avanzare una candidatura governativa e di partito per qualcuno dei suoi. «Va ad onore di Berlusconi essersi astenuto perché a suo avviso non manterrebbe in toto gli impegni in materia di tutela della privacy - afferma una nota di Fini - Comunque sono certo che Berlusconi concordi con me sul fatto che la nuova formulazione del ddl fa sì che esso non contrasti con altri impegni presi con gli elettori: quelli in materia di lotta alla criminalità e di difesa della legalità».
Ma il Cavaliere dell’Auditorium, prendendo di petto ieri la «lobby dei magistrati e dei giornalisti» che «ci hanno impedito di giungere a un testo che difenda al 100% il nostro diritto di libertà», ha seminato molto imbarazzo tra i reparti finiani. Il Presidente della Camera, tra l’altro, deve fare i conti con le ricadute della blindatura del ddl e con le perplessità persistenti del Quirinale. E il silenzio del drappello finiano sullo show del Cavaliere parla in modo eloquente. «La sovranità oggi non è più del Parlamento», attacca Berlusconi. Suna legge passa il vaglio del Quirinale «devi sperare che i pm di Magistratura democratica non vadano alla Consulta per farla abrogare...». Un «calvario quotidiano» colpa dei padri costituenti che «hanno frammentato il potere senza riservarne alcuno al premier». E quando un provvedimento esce da Palazzo Chigi «magari tu avevi pensato a un cavallo e dal Parlamento vien fuori un dromedario».

Fonte: Unita.it