venerdì 14 maggio 2010

Organizzazioni criminali della Bosnia Erzegovina hanno fornito armi alle potenti mafie italiane


I contrabbandieri bosniaci armavano la mafia italiana?
Etleboro italia 13 05 2010
Le organizzazioni criminali della Bosnia Erzegovina hanno fornito armi alle potenti mafie italiane. Questo quanto affermato dagli inquirenti dalla Dia di Roma e dalla Squadra Mobile di Caserta, nel quadro dell'inchiesta sul controllo del mercato orto-frutticolo mediante organizzazioni di stampo mafioso, che avevano a disposizione un vero e proprio arsenale di armi guerra provenienti dalla Bosnia e da vari Paesi dei Balcani. Le autorità italiane parlano di 'un seguito' dei sequestri effettuati nel luglio del 2006, quando è stato rinvenuto un arsenale composto da kalashnikov, lanciarazzi, bombe a mano, tritolo e pistole nell'abitazione e nel garage di un carabiniere in pensione: le armi provenivano appunto dalla Bosnia ed erano state trasportate con un furgone militare. L'operazione fu portata a termine mediante delle intercettazioni, che hanno poi consentito di seguire il traffico fino al dicembre dello stesso anno, e anche dopo. La polizia italiana ha arrestato, allora, decine di membri di diversi gruppi mafiosi che erano in possesso di armi da guerra e munizioni della Bosnia. Tra gli arrestati vi è un commerciante di armi, cittadino bosniaco, Elvir Marmarac (30), mentre è risultata coinvolta anche la cittadina italiana Maria Rita Paone, che ha sottoscritto contratti con i concessionari della Bosnia per conto del clan della "Ndrangeta" di San Luca.
E mentre le autorità italiane annunciano la prosecuzione di indagini sul traffico di armi in Bosnia, il membro serbo della Presidenza BIH, Radmanovic Nebojsa, ha annunciato che alla prossima sessione dei Capi di Stato insisterà sull'apertura di un'inchiesta per far luce al caso e così eliminare anche la brutta caduta di immagine del Paese agli occhi dell'UE. Il Procuratore Pietro Grasso ha dichiarato, a tal proposito, per il quotidiano Dnevni Avaz, che la Procura della BIH, nella persona di Milorad Barasin, ha dato un grande aiuto alle autorità italiane. "Ora l'indagine si svolge dall'altra parte del Mare Adriatico, dove ci sono i venditori di armi", ha dichiarato Grasso, ricordando come dai Balcani sono partite le armi destinate a "Cosa Nostra" e alla "Camorra". Egli ha aggiunto che "il rapporto tra la criminalità organizzata della ex Jugoslavia e la mafia italiana esiste dalla metà degli anni novanta". "Due mesi fa abbiamo scoperto delle manovre pericolose e abbiamo emesso un mandato di cattura contro 40 persone, provenienti principalmente da Serbia, Montenegro, Albania, nonchè da Bosnia-Erzegovina e Croazia. Ovviamente, la mafia non conosce confini nazionali, e tutti sono uniti in una holding criminale", ha dichiarato il procuratore italiano. Secondo lui, molti di questi sono ex ufficiali dei servizi segreti della ex Jugoslavia, divenuti un contatto speciale diretto per la mafia italiana. "Trasportavano la cocaina dalla Colombia, la vendevano nel nord d'Italia, e il profitto veniva così diviso con i boss italiani. Si tratta dei trafficanti di armi diventati fornitori affidabili della mafia calabrese 'Ndrangeta', e subito dopo la guerra in Bosnia, di 'Camorra' e 'Cosa Nostra' ", ha spiegato Grasso.

Commentando le recenti dichiarazioni di Grasso, Michele Altamura, direttore dell'Osservatorio Italiano, ritiene che la famosa indagine sul contrabbando di armi dalla Bosnia all'Italia, è frutto di inchieste e intercettazioni realizzate circa due anni fa e questo è tutto. "L'esistenza del traffico di armi dalla Bosnia è cosa nota, ma le autorità italiane non fanno che rilanciare questa tesi, anche per avvalorare il loro impegno sulla questione della mafia transnazionale. Questione tra l'altro analizzata e lanciata dall'Osservatorio Italiano proprio con questo nome circa due anni fa", afferma Altamura. Nella sua riflessione, vede dunque con scetticismo la sensazionale notizia delle armi bosniache vendute in Europa. Tuttavia richiama l'attenzione su un altro traffico di armi, quello cioè scoperto lungo il confine kosovaro-macedone. "Oggi si stanno formando dei gruppi che non sono organizzati sotto una struttura di stampo mafioso. I gruppi in Macedonia sono patriarcali, non si uniscono ad altri, per cui il contrabbando di armi non è organizzato ma viene lasciato ad un complesso equilibrio di poteri locali", spiega Altamura. Ricordiamo che proprio ieri notte si è verificato un nuovo conflitto a fuoco tra un gruppo di contrabbandieri e agenti di polizia, sequestrando un certo quantitativo di armi. Fonti della polizia dicono che gli uomini del gruppo armato indossavano uniformi nere con simboli dell'Esercito di liberazione nazionale, costola dell'esercito di liberazione del Kosovo ed entrambe contrassegnate dalla sigla "UCK". Il Ministro degli Interni macedone ha detto l'azione di polizia è scattata sulla base di informazioni secondo si stava preparando un trasferimento di armi in Macedonia, mentre le unità speciali hanno intercettato un furgone nero "Mercedes Sprinter".
"Vista la dinamica dell'operazione-lampo, è chiaro che le forze macedoni hanno agito a colpo sicuro, come già nell'intervento della scorsa settimana quando hanno scoperto ben 4 nascondigli di armi di assalto e munizioni. I macedoni sapevano del traffico di armi, e lo hanno usato per scopi politici, ossia per criminalizzare la comunità albanese - afferma Altamura - già da una settimana assistiamo a forti polemiche tra i deputati albanesi e il Governo macedone, accusato infatti di fomentare le tensioni interetniche con le storie dell'armata di liberazione nazionale". Secondo Altamura, quindi, tutti sanno che quelle armi non erano per fare la guerra, ma per essere vendute all'estero, e "la stessa storia dell'UCK è una truffa per nascondere in qualche modo anche la collusione dei poteri locali con questi meccanismi". "La famosa rivendicazione mediante una e-mail dalla Svizzera, non è che l'opera dei soliti ignoti che si prendono la colpa gratuitamente, tanto ormai di mestiere fanno proprio questo", avverte Altamura. Nella sua secca replica apre così un forte dubbio che quel commercio di armi sia addirittura destinato all'interno della regione, ma sicuramente non al Kosovo o alla Macedonia, come piacerebbe tanto a Serbia e Skopje per risolvere i loro problemi con la minoranza albanese.