sabato 1 maggio 2010

'Il Fatto', bilancio di un successo

Nel paese dei furbi Scajolala fà franca...Il TG1 RAI non dice niente..



1 maggio 2010

Oltre due milioni di utile nel 2009 con una media di 108 mila copie al giorno. Poidomani: "Stiamo già lavorando alla piattaforma per offrire i contenuti sull’iPhone e l’iPad"

Il Fatto esiste soltanto da sette mesi. Ma poiché i giornalisti e gli imprenditori che lo hanno creato hanno scelto come forma societaria la Spa, la società per azioni, ha già dovuto approvare il suo primo bilancio. "Vista la condizione del settore dell’editoria conserviamo sempre una certa prudenza, ma ci riempiono di orgoglio i risultati che stiamo ottenendo grazie al direttore, alle grandi firme di questo giornale e a tutta la redazione. Non sono molti i quotidiani che in questa fase riescono a fare utili. Avere conti in equilibrio è indispensabile per essere fedeli alla promessa di autonomia e indipendenza che abbiamo fatto ai nostri lettori", spiega il presidente della Editoriale Il Fatto spa, Giorgio Poidomani.

Poidomani, quali sono i numeri che il consiglio di amministrazione ha approvato mercoledì?

I risultati del bilancio al 31 dicembre 2009, riferiti quindi a tre mesi di gestione, sono questi: 2,17 milioni di euro utile netto, dopo aver stanziato a un fondo imposte quasi 1,1 milioni di euro. Soldi che, è bene ricordarlo, andranno in parte anche a finanziare a fondo perduto quei giornali sussidiati dallo Stato che ci hanno attaccati perché beneficiavamo delle agevolazioni postali, ora abolite dal governo. Nei tre mesi del 2009 la media delle vendite, tra edicola e abbonamenti, è stata di oltre 108 mila copie. Questi risultati si sono mantenuti anche nei primi quattro mesi di quest’anno. Un ottimo risultato soprattutto perché ormai siamo in una fase di consolidamento e abbiamo superato il momento degli entusiasmi per il lancio.

Cosa avete deciso di fare con questo consistente utile? Distribuirete dividendi?

Oltre 108 mila euro, cioè il cinque per cento richiesto dallo statuto, vengono accantonati a riserva legale. Altri 756 mila euro vengono assegnati come dividendi agli azionisti, perché l’Editoriale il Fatto è una società per azioni, non una cooperativa. Poi è facoltà dei singoli azionisti decidere di ritirarli o lasciarli in azienda per rafforzarla ulteriormente. Chi decide di ritirare il dividendo ottiene una cifra di poco inferiore al capitale investito.

E il resto?

La residua parte dell’utile viene messa a riserva straordinaria. Parte di questa viene trasformata in aumento di capitale. Così si rafforzano le fondamenta della società: il capitale passa da 615 mila euro a 1 milione 230 mila euro. Una fetta dell’utile quindi rimane nella società ed è importante notare che confluisce nel capitale, quindi è irreversibile. Se un domani gli azionisti decidessero di distribuire un dividendo straordinario, potrebbero attingere alle riserve. Ma non possono scalfire il capitale. Per chiarire la solidità: il capitale è pari a 24 volte gli investimenti fissi. Questo dimostra che l’azienda crede siano necessarie risorse per lo sviluppo di progetti come l’on-line, l’inserto satirico e quello culturale, oltre che per cautelarsi contro l’andamento di un mercato difficile. Il nostro equilibrio, poi, si fonda sul core business: ricaviamo relativamente poco da pubblicità e vendita dei collaterali mentre quasi tutto viene dalle vendite in edicola e in abbonamento, cosa coerente con lo spirito del giornale.

Il quotidiano economico Italia Oggi ha raccontato di alcuni dissapori tra gli azionisti.

L’articolo uscito su Italia Oggi contiene due cose assolutamente non vere: che Chiarelettere e gli altri azionisti hanno proposto aumenti di capitale bocciati dagli altri e che ci sono state cessioni di azioni tra azionisti. Inoltre non c’è alcuna controversia tra azionisti-giornalisti e azionisti-imprenditori, come sembra lasciar intendere Italia Oggi.

Da chi è composto il nuovo consiglio di amministrazione?

Dagli stessi cinque membri dei mesi passati. Oltre a me, Cinzia Monteverdi, Antonio Padellaro, Luca D’Aprile e Lorenzo Fazio. L’assemblea mi ha riconfermato presidente, il prossimo cda designerà l’amministratore delegato e gli azionisti mi hanno chiesto di conservare questa carica. Il cda si riunisce una volta al mese ed è coinvolto in tutte le questioni importanti. Quanto a Padellaro, mantiene tutte le sue deleghe che gli spettano non in quanto azionista ma in quanto direttore del giornale, che ha la più totale autonomia.

Come si prendono le decisioni in cda?

Quando è nata la società abbiamo adottato uno statuto che voleva garantire il rigore tipico delle società di capitale, così che gli azionisti possano essere sicuri di una gestione equilibrata. Quindi c’è un 70 per cento di azioni di categoria A che servono ad assicurare che questo sia un giornale gestito bene, poi c’è una categoria B di azionisti-giornalisti che possono arrivare al 30 per cento del capitale e assicurano l’indipendenza: tutte le delibere che riguardano il giornale devono infatti essere prese con voti favorevoli di oltre il 70 per cento del capitale. Lo statuto prevede anche una terza categoria: quella delle azioni speciali.

Che ancora non ci sono. Chi potranno essere i nuovi azionisti del Fatto e quando saranno disponibili queste azioni?

Si tratta di azioni che potranno essere sottoscritte, per esempio, dai redattori, dai lettori o dagli abbonati consentendo a chi detiene anche pochi titoli di partecipare alle assemblee e fare domande al management. Ancora non abbiamo preso una decisione definitiva sui dettagli dell’emissione. Se decideremo di limitarle ai dipendenti ci vorranno tre o quattro mesi di tempo, per un pubblico più ampio bisogna chiedere autorizzazioni alla Consob e quindi ci vogliono almeno sei mesi.

Quanto vale oggi il giornale? Italia Oggi dice 60 milioni di euro.

Siamo prudenti: lo scorso anno abbiamo fatto oltre 2 milioni di utile in tre mesi. Ma sarebbe eccessivo pensare che i 12 mesi del 2010 saranno uguali ai tre del 2009 in cui eravamo nella fase di lancio. Anche se, a dicembre prossimo, avessimo ottenuto risultati paragonabili a quelli del 2009, considerando la liquidità, i costi che sono aumentati e l’ammontare limitato degli ammortamenti, si può stimare un valore mercantile dell’azienda di circa 30 milioni di euro.

Quali sono gli obiettivi di sviluppo per i prossimi mesi?

Oltre al cambio di sede, c’è la partenza del sito web del giornale che è il nostro investimento principale. Non sarà soltanto una stampella del quotidiano cartaceo, ma un tentativo di fare giornalismo in modo diverso. Stiamo già lavorando alla piattaforma per offrire i contenuti sull’iPhone e l’iPad, il sito nasce già pensando a quel tipo di supporti e a chi li usa. Sarà un sito pieno di video, aperto ai contenuti degli utenti, a cui collaboreranno anche i giornalisti del cartaceo. Per il resto continuiamo a muoverci con grande prudenza, facendo per esempio molta attenzione al rapporto tra copie tirate e copie vendute, ma senza esitare quando si tratta di assumere giornalisti di provata capacità e di esperienza. Come gli ultimi due acquisti, Eduardo Di Blasi e Ferruccio Sansa. Voglio anche ricordare che noi non siamo tra quelli che, come denuncia la Federazione degli editori, pagano i collaboratori dieci euro ad articolo.

Da il Fatto Quotidiano dell'1 maggio